
Dente, al secolo Giuseppe Peveri, è un cantautore del panorama artistico indipendente italiano. Con alle spalle tre album ed un EP, nell’ottobre 2011 hapubblicato l’ultima fatica “Io tra di noi”. Daniela Urso di Italiainmusica l’ha intervistato per voi.
Iniziamo con una domanda sull’ultimo album, Io tra di noi. Com’è il Dente dell’ultimo lavoro rispetto a quello del passato?
Se parliamo di risultato, non è troppo diverso dal solito. Non credo di aver fatto dei grossi cambiamenti, delle grosse rivoluzioni. Sicuramente ero, prima di registrarlo, molto meno sicuro delle altre volte. In tutti gli altri dischi che ho fatto avevo le idee molto chiare, sapevo dove volevo andare e cosa volevo fare. Questa volta un po’ meno perché avevo queste canzoni, ma non riuscivo a capire bene come potevo rendere, come potevo realizzarle. Per questo ho chiesto ad un produttore, Tommaso Colliva, di darmi una mano in questo senso. Avevo sempre fatto tutto di testa mia, con i miei mezzi, con le mie capacità che poi sono anche limitate, ovviamente, perché non sono un produttore. Mi sono trovato un po’ spaesato perché sentivo il bisogno di un’altra testa che intervenisse. Volevo fare un disco che fosse molto mio e quindi senza fare rivoluzioni sorprendenti. Era importante per me trovare una chiave per potere fare questo disco e farlo suonare con delle novità, facendolo rimanere comunque molto mio, seguendo il filo di tutto ciò che è stato fatto finora.
Dopo Io tra di noi ti si vede sempre di più, basti pensare all’apparizione su Rai 2 con Ruggieri o l’intervista a Radio Deejay. Il verbo di Dente si sta diffondendo?
Mah, sì. Se tu dici che mi hai visto di più significa che ci si sta pian pianino allargando, grazie al tempo più che altro. Non è che ho fatto delle cose talmente palesi da aver fatto dei balzi in avanti piuttosto che indietro, piuttosto che di lato però, attraverso il passaparola e ultimamente attraverso occasioni come sono state la radio o la tv si sta ampliando il bacino di utenza, chiamiamolo così (che è un termine molto brutto). Si sta allargando il pubblico, ecco.
Che tipo di rapporto si è instaurato tra te e coloro che ti seguono?
Ho sempre avuto un rapporto molto paritario, non mi sono mai sentito su un palco di fronte a parlare ad una platea diversa da me. Forse perché ho cominciato suonando per terra, in mezzo alla gente, suonando con chitarra e voce e spesso senza un palco. Anche adesso che sono su un palco (a volte sono anche su palchi molto grandi o anche molto alti) cerco sempre di mantenere questo rapporto di uguaglianza, anche perché è così che mi sento. Non mi sento né un eletto, né un superiore. Cerco anche durante i concerti di coinvolgere il pubblico, di fare quattro chiacchiere con loro dopo il concerto.
Che tipo di critiche ti sono state rivolte nel corso della tua carriera musicale o, magari, che tipo di consigli ti danno?
Di critiche che sono utili e che vanno bene me ne hanno fatte, però io ci bado molto poco. Bado molto poco anche ai consigli, purtroppo, perché sono un po’ un testone. Voglio sempre fare di testa mia. Credo che le cose che faccio siano belle e giuste e questo può essere un grande difetto, però è anche una grande coerenza. Mi hanno sempre detto, anche giustamente, che faccio cose molto semplici e che utilizzo un linguaggio molto semplice. Non credo che sia una critica o qualcosa di negativo. Ho sempre un po’ diffidato della gente che parla coi paroloni. Quindi lascio stare. Poi ci sono spesso critiche giuste, corrette, come che non sono un cantante che ha una bella voce, che non sono intonatissimo e che non ho un’estensione vocale ampia. Questo è vero e non è una critica. E’ un’affermazione che è anche corretta. Di consigli.. Boh. Non me li ricordo. Non mi viene in mente niente. Boh. (Ride ndr)
A proposito di testi. Parlavi di testi molto semplici prima. Io li trovo molto belli. Mi piacciono questi messaggi celati dietro continui ed infiniti giri di parole. Sono testi molto meditati o scritti di getto?
Mah, dipende. La maggior parte e specialmente quello che facevo tempo fa era più di getto. Oggi forse ci ragiono un po’ di più e forse faccio cose che hanno un po’ più bisogno di essere ragionate. Capita che, anche oggi, scrivo un testo in 20 minuti ed è quello finito e a volte, invece, magari, ci rimango sopra o lo abbandono e lo riprendo dopo magari un anno e lo finisco. Ci sono anche, ovviamente, i testi più impulsivi o quelli su cui ci ragioni anche prima, così come è stato per “Cuore di pietra”. Quella è solamente ragione.
Se una grande casa discografica ti proponesse un contratto, chiedendoti di modificare l’impronta che dai alla tua musica per grandi compensi, quale sarebbe la tua risposta?
“Ciao.”
No, perché è una cosa stupida da fare perché non voglio fare delle cose che non mi piacciono, non voglio fare questo “m’ispira a tutti i costi”. Non ho mai voluto fare il cantante nella vita, non ho mai avuto questa aspirazione. Non accetto i compromessi. I compromessi ci stanno, ma quando uno ti dice che devi fare una cosa rispetto ad un’altra no, perché non sarei io, ma sarei un buffone. Fare il buffone non mi piace. E quindi preferisco magari restare povero e fare le cose che mi piacciono.
Quindi è proprio per questo che hai scelto una casa discografica indipendente rispetto ad una che ti avrebbe influenzato dal punto di vista delle scelte?
Sì, sicuramente. Io ho una grande libertà, che è la libertà artistica che credo che sia necessaria per chiunque voglia scrivere e cantare o fare quel cavolo che gli pare, nel senso di scelte sia artistiche sia dell’immagine che uno dà di sé. Io credo di dare un’immagine abbastanza reale di me. Io sono quello anche quando sono sul palco, anche quando sono in un videoclip, anche quando voglio fare una canzone come piace a me, anche quando voglio scegliere un produttore per andare a registrare, anche quando voglio scegliere con chi suonarla. La libertà artistica viene prima di tutto. Con un’etichetta indipendente come la mia questo succede perché mi danno sempre carta bianca, fidandosi ciecamente di quello che faccio. Fare una cosa dove c’è qualcun altro che ci mette il becco non mi piacerebbe, a meno che non siano persone che ti possono dare una mano, aiutarti a migliorare le cose che stai facendo. Spesso la discografia, quella tradizionale, al 90% non capisce, ti affibbia dei produttori artistici un po’ a caso che spesso rovinano quello che fai. Bisogna anche avere personalità. Molto spesso la gente che va a fare dei dischi, a cantare o suonare cose che non è nelle loro corde, è magari gente con meno personalità. Vengono indotti a fare delle cose che secondo le case discografiche funzionano. Magari funzionano anche, però poi uno si trova a non essere se stesso, va in crisi e cerca di cambiare quando è troppo tardi.
Negli ultimi mesi emergono nuovi talenti musicali nel panorama indipendente (Colapesce, Maria Antonietta, Carnesi…). Cosa pensi di loro?
Mi piacciono. Stanno uscendo delle cose molto belle. Sono anche molto felice che stiano uscendo e che il pubblico apprezzi. Sono un po’ invidioso perché loro si trovano una strada già spianata. Magari ai primi concerti che fanno hanno il supporto di una band o di un pubblico pagante, cose che a me non sono successe all’inizio. Sono simpaticamente invidioso, però sono molto bravi. Carnesi ha fatto un bellissimo disco, Maria Antonietta è molto brava dal vivo (l’ho vista qualche sera fa) con tutta la band, un bellissimo concerto… Ci sono un po’ di cose interessanti che stanno uscendo, meno male…
Ultima domanda. Giuseppe, quanto sei complicato?
Eh, parecchio. Sì, un po’. Non dico autistico, però un po’ complicato. Autistico no, perché loro sanno fare delle cose molto bene, io neanche questo.
Grazie mille, Giuseppe, per questa conversazione. Ci vediamo al prossimo concerto.
Daniela Urso
Pubblicato da
d.urso il giovedì 08 marzo 2012
